Welfare Relazionale: far sentire ogni persona parte dell’impresa

Il work-family conflict è una questione sempre più rilevante anche in Italia. Sempre più lavoratori lamentano di non riuscire a far fronte ad alcune responsabilità familiari come vorrebbero: occuparsi dei figli durante il periodo estivo, assistere familiari fragili, oppure gestire momenti delicati all’interno del proprio nucleo familiare.

Queste difficoltà derivano anche da un’organizzazione del lavoro che non sempre facilita la conciliazione tra vita privata e professionale. Sempre più spesso, le persone si aspettano supporto, flessibilità e attenzione al proprio benessere: come riporta un’indagine di Mindspace, l’82% dei lavoratori a livello globale ritiene che la propria azienda debba prendersi cura del loro benessere psicofisico.[1] Diventa quindi fondamentale trovare risposte concrete.

Per affrontare al meglio questi bisogni, le istituzioni e le aziende si stanno impegnando per fornire risposte adeguate, attraverso benefit e sostegni creati su misura, tra cui sportelli di ascolto, servizi di consulenza e assistenza ai caregiver. Questo approccio ha un nome: welfare relazionale.

Cos’è il Welfare Relazionale e perché integrarlo in azienda

Il welfare relazionale per le imprese nasce per rispondere alle dinamiche complesse che le persone affrontano quotidianamente.

Il termine esiste dagli anni Cinquanta, ma si è largamente diffuso negli anni Duemila quando l’imprenditrice sociale Hilary Cottam fonda Participle, un’impresa sociale nata per innovare il sistema dei servizi di assistenza, cura e supporto. Fino a quel momento esisteva un welfare state (statale), che però forniva benefit primari che rientravano esclusivamente nel settore dell’assistenza. Il welfare relazionale si pone come un’evoluzione del modello tradizionale, perché si basa sulla cura delle relazioni, sull’importanza delle reti umane erisponde ai bisogni specifici delle persone.

Hilary Cottam è considerata una delle pioniere del welfare relazionale perché, fin dalla fondazione dell’impresa Participle, ha lavorato per creare una comunità, un sistema condiviso, di cui le persone costituivano il cuore pulsante. Il suo approccio parte dall’idea che concentrarsi esclusivamente sugli aspetti economici, finanziari e sulla gestione dei costi non sia sufficiente, perché il valore nasce anche dalle persone e dalle relazioni. Per esprimere al meglio il proprio potenziale, le persone devono sentirsi a proprio agio sul posto di lavoro e nella vita privata. L’obiettivo è quindi sviluppare una rete sociale che collabori per un fine comune.

Il valore di un’azienda è rappresentato dalle persone; ecco perché il benessere deve essere al centro di tutto.

Lo sportello d’ascolto: il valore della relazione in azienda

Un punto fondamentale del welfare relazionale consiste nell’ascolto. Beni e servizi, da soli, non bastano: le persone hanno bisogno di supporto e di orientamento di altro tipo per affrontare i diversi momenti della vita.Fornirealle persone sportelli d’ascolto, fisici e da remoto, in cui possano confrontarsi con esperti e professionisti qualificatiOffrire alle persone sportelli di ascolto gratuiti, fisici e da remoto, in cui possano confrontarsi con professionisti qualificati e parlare di difficoltà che non riguardano solo il lavoro, ma anche la sfera familiare e relazionale, significa dimostrare attenzione al loro benessere emotivo e psicologico.

Rafforzare il senso di appartenenza e promuovere partecipazione e inclusione significa rendere le persone più coinvolte e valorizzate, con ricadute positive anche sul lavoro. Secondo una stima di McKinsey,[2]investire nella salute e nel welfare delle persone può aumentare la produttività e ridurre l’assenteismo, contribuendo a generare un valore globale fino a 11.700 miliardi di dollari.

Offrire un buon welfare relazionale è perciò importante quanto garantire una retribuzione adeguata.

Investire nel welfare relazionale e costruire ambienti e luoghi in cui le persone possono esprimersi, essere ascoltate e non giudicate, consente all’azienda di farsi trovare sempre un passo avanti e in linea con le esigenze della società.

FONTI

https://www.vanityfair.it/article/rivoluzione-welfare-dai-pisolini-in-ufficio-ai-maggiordomi-aziendali-i-benefit-piu-strani-e-ambiti-del-mondo
https://www.labsus.org/2014/02/un-welfare-relazionale-per-vivere-meglio/
https://www.secondowelfare.it/terzo-settore/impresa-sociale/relational-welfare-lesperienza-di-participle-e-southwark-circle/https://www.forbes.com/sites/debgordon/2023/09/30/82-of-workers-expect-employers-to-support-well-being-yet-14-feel-bad-at-work-new-survey-shows/

  1. Fonte: Deb Gordon, 82% Of Workers Expect Employers To Support Well-Being, Yet 1/4 Feel Bad At Work, New Survey Shows, pubblicato su Forbes il 30/09/2023 (https://www.forbes.com/sites/debgordon/2023/09/30/82-of-workers-expect-employers-to-support-well-being-yet-14-feel-bad-at-work-new-survey-shows/) ↩︎
  2.  Simone Cosimi, Rivoluzione Welfare: dai pisolini in ufficio ai maggiordomi aziendali, i benefit più strani (e ambiti) del mondo, pubblicato su Vanity Fair il 10/08/2025 (https://www.vanityfair.it/article/rivoluzione-welfare-dai-pisolini-in-ufficio-ai-maggiordomi-aziendali-i-benefit-piu-strani-e-ambiti-del-mondo) ↩︎

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